Sahih al Bukhari – la preghiera III parte

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Introduzione al Libro undicesimo

Come dicevamo a più riprese introducendo i precedenti Libri del Sahih, questi ultimi sono posti in una successione logica del tutto esatta e perfettamente com-prensibile: abbiamo infatti i Libri primo, secondo e terzo (la cui traduzione commentata costituisce il primo dei volumi da noi dedicati al testo di Al-Bukhâri, Il Sa-hih. I Libri introduttivi), che riguardano rispettivamente l'ispirazione muhamma-diana, da cui procede la Tradizione islamica nel suo complesso, la 'Fede' in quanto aspetto operativo essenziale dell'Islam, e la 'Conoscenza' sacra come elemento fondante dell'edificio tradizionale islamico. Di seguito si inizia a parlare dell'attività 'rituale' (e dunque in primis del rito della preghiera, 5)us salât), come conformità all'Ordine divino e Orientamento principiale, che esplicita quanto era implicito nella Fede e nella Conoscenza; alla preghiera vengono dedicati sedici

Libri del Sahîh (dall'ottavo al ventitreesimo). Abbiamo inizialmente i quattro Libri (e dunque quarto, quinto, sesto e settimo) dedicati alle varie modalità con le quali il fedele si 'purifica'per accedere al rito, da noi raccolti nel volume Il Sahîh. I Libri riguardanti la purificazione rituale. Quindi nel Libro ottavo di cui è composto il Sahîh si parla delle condizioni preliminari della preghiera (ed in particolare della moschea e dell'orientazione dell'orante verso la ili qibla), e nel Libro nono degli "orari della preghiera': questi due Libri ottavo e nono sono compresi nel nostro volume intitolato Il Sahih. I Libri riguardanti la preghiera (prima parte). Il Libro decimo è dedicato all'appello alla preghiera (ulal adhân)': in realtà in esso si parte dalla considerazione dell'adhân per poi andare come a rispondere implicitamente alla seguente domanda: cosa accade in conseguenza dell'appello alla preghie-ra? Ecco che viene studiato nel dettaglio l'attuarsi di ciò che segue ad un tale ap-pello, e cioè il radunarsi dei fedeli dietro l'Imam e l'effettuazione della salât. Seguono ora i due Libri 11 e 12, oggetto di questo nostro quinto volume dedicato al Sahîh, e accomunati dal fatto di esser dedicati rispettivamente agli unici due tipi di preghiere che sostituiscono validamente, in casi ben determinati, la salât d'obbligo, pur essendo effettuate in modo molto differente: la preghiera del Vener-di, e la preghiera cosiddetta 'della paura', che si effettua principalmente in guerra.

Il Libro 11, sulla preghiera del Venerdì sall 4l kitâbu l-giumua, laddove la parola giumua indica sia il Venerdì che la preghiera particolare che si svolge in tale giornata), inizia (cap. 1) con la menzione dell'ordine coranico, contenuto nel versetto 9 della 62esima Sura, di affrettarsi «al Ricordo di Allah», e di lasciare«ogni compravendita» quando si viene chiamati alla preghiera «del giorno di Ve-nerdi», cio che mostra il carattere obbligatorio della preghiera del giumua, che risulta da un ordine di Dio. Nel testo del hd. 876 è detto che i Musulmani sono gli ultimi-i predecessori', il Giorno della Resurrezione, ciò che è vero anche a riguardo del giumua: 'gli ultimi' come ultima Comunità tradizionale, e i predecessori' perché l'istituzione del Venerdi in quanto giorno caratterizzato da particolare sacralità nella settimana è primordiale e 'precedente' per essenza (di modo che non è considerato casuale il fatto che venga prima del Sabato e della Domenica). Il Venerdi infatti è il giorno in cui, secondo il Profeta # "fu riunito" nostro padre Adamo, e d'altra parte nella 'Storia sacra' esso può essere visto sia come stabilito dai Quraysh (la 'casta sacerdotale' araba) prima dell'Islam, sia come praticato daiMusulmani di Medina prima dell'arrivo del Profeta *, sia come conseguenza di un ordine profetico. In altre parole, al pari dell'Islam stesso che è al tempo stesso nuovissimo e primordiale, storicamente determinato e senza tempo, fondato in ogni cosa sull'ispirazione del Profeta # e continuamente rinnovato dall'intuizione intellettuale dei suoi santi Eredi, l'istituzione del giumua non a caso è descritta come propriamente islamica e nello stesso momento ancestrale e condivisa in linea di principio dalle altre Tradizioni sacre, ordinata dall'Inviato di Allah # e 'intuita' dai primi credenti medinesi; di qui rileva l'obbligatorietà' (nel senso intellettuale più che in quello prescrittivo) della sacralizzazione del Venerdi e della preghiera comunitaria che si svolge in tale giorno (obbligatorietà cui è dedicato il cap. 1).

Nel cap. 2, Al-Bukhari lega per così dire il tema della mancata 'obbligatorietà' per alcune categorie, come le donne e i ragazzi, della partecipazione al giumua all'eccellenza dell'abluzione maggiore (Juc gusl) effettuata in tale giorno (e ad esso legata in modo del tutto particolare) ed in vista della preghiera comunitaria: il fatto che permanga l'eccellenza del gusl anche per donne e ragazzi mostra come qui non si stia parlando di obblighi nel senso prescrittivo ma di istituzioni di Grazia cui è implicito un divino Favore che l'uomo deve sforzarsi di cogliere.

Segue una 'sezione' del libro undicesimo composta da sei capitoli (3-8), sezione nella quale si richiamano particolari aspetti di 'eccellenza' propri del credente che partecipa al giumua conformemente all'esempio profetico: dell'uso del profumo (cap. 3) e degli unguenti (cap. 5), la consapevolezza dell'aspetto sacrificale della partecipazione rituale al Venerdì (cap. 4), l'indossare gli abiti migliori (cap. 6), il tener costantemente puliti i denti e il cavo orale (cap. 7 e 8). Anche qui non si tratta di cose rigorosamente obbligatorie, ma di aspetti, come dicevamo, di eccellenza, senza i quali non si giunge ad una comprensione profonda del giumuané si gode interamente dei suoi aspetti di Grazia.

Di seguito inizia la seconda parte di questo Libro undicesimo, nella quale lo sviluppo dei capitoli assume un andamento cronologico', nel senso che si segue in linea di massima un percorso ideale che va dall'alba del Venerdì sino alla conclusione della preghiera comunitaria, che evidentemente è il centro rituale di questa giornata. Il cap. 9 infatti, se da una parte allude evidentemente all'inizio di quella parte del Venerdi che è incentrata sulla preghiera del giumua, dall'altra fa in un certo senso da cerniera rispetto a quanto precede, dal momento che la recitazione di determinate Sure e l'attingere all'Influenza spirituale AS # baraka) del Corano sono cose che fan parte di quegli aspetti di eccellenza che si sono considerati nei precedenti cap. 3-8.

Dal momento che dopo la preghiera dell'alba inizia il tempo in cui ci si può muovere per recarsi alla moschea, ecco che segue una serie di quattro capitoli (10-13) nei quali si considera in particolare dove si sia tenuti ad effettuare il giu-mua (cap. 10), quando la distanza dalla moschea (cap. 13) o certe circostanze e-steriori (cap. 12) fanno decadere l'obbligo della partecipazione alla preghiera comunitaria, e chi è tenuto a prepararsi al giumua facendo l'abluzione maggiore (cap. 11). In tre di questi capitoli si allude poi ad aspetti dottrinali particolari, ma di grande rilevanza per il tema del Libro undicesimo: nel cap. 10 la liceità di effettuare il giumua dovunque (e non solo nei grossi centri) rimanda al tema della responsabilità dell'Imam nei confronti di chi lo segue, aspetto della catena di responsabilità che tiene in piedi il consorzio umano da ogni punto di vista (ciò di cui parla il hd. 893); nel cap. 11 si chiarisce come l'abluzione maggiore (gusl) debba essere effettuata per il giorno stesso del Venerdì, in ragione della sua baraka; nel cap. 13 infine l'argomento della distanza dalla moschea' richiama il tema di quando sia veramente necessario muoversi per realizzare la Sintesi (o giam, dalla stessa radice di giumu'a) in Allah, sfuggendo alla molteplicità.

Di seguito, nella disposizione 'cronologica' proposta da Al-Bukhari, dopo la localizzazione del giumua e la preparazione ad esso con l'abluzione maggiore, non si può non considerare il tempo della preghiera del Venerdì. Abbiamo a questo proposito due capitoli: il primo (14) in cui si considerano le diverse opinioni sul fatto di iniziare la preghiera del Venerdì prima o dopo il passaggio del sole allo zenit (da cui i diversi simbolismi legati alle due prospettive), e il secondo (15) in cui parlando di "quando fa caldo di Venerdi", Al-Bukhari, più che soffermarsi al tema dell'eventuale posticipazione del giumua in ragione del caldo (ciò che in realtà non è affatto attestato), presenta un'argomentazione di ordine principalmente simbolico, nella quale il riferimento implicito alla storia del drammatico confronto tra Anas e il principe Al-Hakam richiama allusivamente il caso di quando si scatena la vampa dell'ignoranza, dell'oppressione o comunque del turbamento nella Religione, il che non può non avere un riflesso diretto nel giumua stesso, principale rito comunitario dell'Islam.

Segue logicamente il cap. 16, sul 'camminare' per recarsi al giumua, in riferimento all'indicazione presente nel v. LXII, 9: «O voi che avete Fede: quando viene chiamato alla preghiera del giorno di Venerdì, affrettatevi al Ricordo di Allah», laddove tale 'affrettarsi' è inteso tradizionalmente come un camminare appunto, pieno di Quiete e di concentrazione in Allah, lasciando ogni altra occupazione. Si giunge dunque alla moschea e la prima indicazione è quella di "non separare" tra loro due credenti seduti fianco a fianco; se 'frapporsi' in un modo qualunque tra due persone affiancate è un atto che si considera in generale biasimevole per il fatto che evoca direttamente il 'crear dis-cordia' e 'dis-unione', esso assume un carattere particolarmente nefasto nell'ambito rituale, dove costituisce l'esatto contrario delle indicazioni relative al 'portare Unità', ed a maggior ragione nel giu-mua, perché nella prima parte del rito comunitario del Venerdì, quando l'Imam inizia la dbs khutba l'Unità è rappresentata non dai ranghi allineati e compatti, ma dai credenti seduti fianco a fianco. Si potrebbe così ritenere che, al di là della disposizione 'cronologica' di cui stiamo parlando, i tre capitoli dal 15 al 17 abbiano una loro omogeneità di ordine simbolica: infatti al capitolo 15 (che e relati- vo a quanto si mette in atto nel momento in cui "di Venerdì si fa intenso il caldo", il che come si diceva allude al 'caldo' dell'ignoranza, dell'oppressione e dello spirito profano), seguono l'indicazione contenuta nel cap. 16 ('camminare' con Quiete verso la moschea) e soprattutto quella contenuta in questo cap. 17 (non produrre disunione), che paiono entrambe come una risposta all'esigenza di 'portare' il giumua verso il fresco' dell'Unità e della Conoscenza. Dopo il cap. 18, in cui si tratta dell'indicazione di non far alzare un credente seduto in moschea per sedere al suo posto, siamo oramai seduti dentro la moschea: è il tempo di parlare dell'appello alla preghiera (ulal adhân) per la preghiera del Venerdì, e ad esso sono dedicati 5 capitoli (dal 19 al 23), laddove, a parte il co-rollario' rappresentato dal cap. 20 (dove si parla del numero di muezzin che fanno l'appello alla preghiera), il tema centrale, affrontato come da diverse angolature, è quello del carattere eccezionale dell'adhân del giumua, il cui tempo non è scandito dalla posizione del sole, come nel caso degli appelli alla preghiera effettuati per le normali preghiere obbligatorie, ma dal fatto che l'Imam entri in moschea e si sieda sul pulpito attendendo di pronunciare il sermone: nel cap. 19 si rende conto esplicitamente di questo fatto, nel cap. 21 si parla di come anche l'Imam ripeta le frasi dell'adhân, nel cap. 22 si ribadisce che l'adhân inizia quando l'Imam si siede sul pulpito, e il cap. 23 si sofferma sulla contiguità tra l'adhân e il sermone, che inizia immediatamente dopo.

E la funzione del cap. 23 è anche quella di annunciare un'altra sezione del Libro undicesimo: quella relativa appunto al sermone, che conta 11 capitoli, dal 24 al 34. In essa vengono studiate la funzione e la posizione dell'Imam (cap. 24, si avvale di un pulpito, cap. 25 deve rivolgere il sermone in piedi, cap. 28 siede tra le due parti del sermone, cap. 32 distende le mani nell'invocazione), il sermone stesso (whis khutba, cap. 27 sua suddivisione in un prologo e in un'argomentazione, e vari esempi di khutba profetica, cap. 33 può consistere nella richiesta di pioggia), e come devono comportarsi i fedeli (cap. 26 sono rivolti all'Imam, cap. 29 ascoltano il sermone con attenzione, cap. 34 stanno in silenzio, cap. 30 e 31 cosa devono fare quando arrivano a sermone già iniziato); tale un'esposizione riassuntiva della sezione riguardante il sermone, i cui aspetti più sottili sono da cercare nel commento ai vari capitoli che la compongono.

Di seguito, il cap. 35 (riguardante quella certa 'ora' del Venerdì in cui vien risposto al servo musulmano che si accorda ad essa mentre è ritto in preghiera e chiede qualcosa ad Allah') ha una posizione nel Libro undicesimo che corrisponde curiosamente a quella che tale ora avrebbe nella giornata del Venerdì secondo una delle opinioni più affidabili, nel senso che se si ritiene il Libro 11 disposto crono-logicamente, e se si stabilisce una stretta corrispondenza tra i capitoli e le ore della parte diurna del Venerdi, vediamo questo capitolo corrispondere esattamente al momento immediatamente seguente alla preghiera del pomeriggio avanzato: tale la sottigliezza di Al-Bukhari!

Segue la sezione finale del Libro undicesimo: nel cap. 36 abbiamo esemplificazione di come il termine del rito del giumua e il ritorno dei fedeli alle loro occupazioni non sia assolutamente da confondere con un ritorno al modo di vedere profano: coloro che abbandonano il Profeta # che sta pronunciando il sermone per andare a vedere una carovana che sta giungendo a Medina sono certamente biasimati, mentre i 12 Compagni che restano permettono che non si scateni l'ira divina. Nel cap. 37 si parla delle preghiere surrogatorie da effettuare dopo il giumu'a (oltre che prima di esso), mentre nel cap. 38 la menzione del hadith in cui i Compagni del Profeta * i quali, terminato il giumu'a, si soffermano a mangiare la zuppa offerta da una donna, richiama il fatto che nelle Parole «E quando la preghiera» del Venerdi «è terminata, spargetevi sulla terra e cercate del Favore di Allah», la ricerca di cui si parla non è propriamente 'terrena', o 'profana', dal momento che, purificato quanto meno virtualmente dalla partecipazione al giu-mua, il credente vede ora in ogni sua attività una ricerca del Favore divino, ivi compreso il riposo (dal momento che con esso cessa ogni 'attività' propria dell'individualità umana, mentre permane quella divina), cui è dedicato il cap. 39, che costituisce il sigillo del Libro undicesimo, in contraltare, si potrebbe dire, al suo inizio, dal momento che nel cap. 1 si parlava della 'chiamata' al giumua, ciò che imponeva di destarsi da fiacchezza e dimenticanza per recarsi a pregare.

Libro undicesimo: della preghiera del Venerdì

Libro dodicesimo: della preghiera della Paura

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